In love with Japan

Un`italiana a Tokyo

Due parole nuove

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Sottotitolo: Ma guarda dove sono finita?!

Mi ritrovo in un posto nel mondo dove mi tocca insegnare a dire “Ciao!”, che nessuno ne capisce il significato. Ma vi pare? Dovrebbero saperlo tutti, no? Perfino i tedeschi e gli spagnoli se la cavano bene con “Chao”…”Chus”…ci si capisce, dai. La cosa piu` strana, per gli amici stranieri a cui ho detto “Ciao”, e` che si usi sia quando ci si incontra sia quando si va via. E` sconvolgente per americani, taiwanesi, canadesi…e per me allora, anima incompresa? “Qua bisogna cominciare tutto dalle basi, cari miei” – mi sono detta. Cosi` ogni giorno entro in classe e saluto tutti: “Ciao!”. Quando finisce lezione pure, saluto tutti: “Ciao!”.

Per non parlare dei gesti. Si sa: gli italiani nel mondo si perdono senza i propri gesti. Non e`possibile comunicare senza usare mani, braccia, spalle, faccia. E sono pure convinta che i nostri gesti siano internazionali…sara` che da regione a regione ci si capisce, diversita` dialettali sorpassando?
Cosi`, ecco, sono partita per l`avventura giapponese rassicurata nel profondo del fatto che, se non avro` parole, mimero`. Eh, certo. Come no?
Come quando ho mimato alla sarta come volevo sistemare quel vestitino nero…che non ho piu` messo.
“O come quando…” ne ho un`infinita`. A favore della mia tesi che i gesti sono fonte non solo di incomprensione, altresi` di estraneita` agli occhi di chi non li possiede come bagaglio culturale.
Un giorno (circa un anno fa`) mio moroso dice una fesseria (povero, dal mio punto di vista s`intende, e non in senso assoluto) in inglese, nostra lingua di comunicazione preferenziale. E a me – spontanea come sempre – viene fuori un “Macche`ca…dici?!” accompagnato da quale gesto? Ovviamente braccio sollevato a squadra oscillante fra i 45 e 60 gradi, dita riunite a grappolo.
E mio moroso, povero uomo giapponese, mi guarda con faccia a forma di punto interrogativo. “Hai fame?” – dice.
Ma come “fame”??? Mi prende in giro! Macche` ca…!!! – penso.
Invece lui, che di “vicini di casa” ha da secoli e secoli gli indiani, conosce questo gesto come “Ho fame! Mangiamo?”.
Non ci siamo, non ci siamo. Sono sconcertata. Arrabbiata (per la discussione) e afflitta (il mio gesto plateale non sortisce alcun timore!). Mannaggia….e con una serie di gesti liberatori mi giro e inizio a vagabondare per le 4 stanze di casa riflettendo.
Nel frattempo – ancora rifletto sui dati scioccanti rilevati negli ultimi mesi di ricerca – ho iniziato a studiare giapponese.
Ho pensato che sarebbe stato utile al fine di comunicare con i giapponesi.
Mi sono documentata, a Tokyo si aggirano un 13 milioni di personaggi e fra questi gli italiani sono … un 1300. Ne avrei altri 1299 con cui parlare in italiano, volendo. E` difficile trovarli al supermercato pero`. Ho dovuto piegarmi all`adattamento.
Ai vicini di casa e a chi non conosco, commessi e camerieri, ho imparato a dire “konnichiwa” quando li incontro, e “sayonara” quando ci separiamo. A loro deve suonare meglio perche` sorridono sempre.
La vostra inviata da Tokyo
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Autore: Laura Grosselle

Vivo a Tokyo dal 2013. Amo il Giappone e la sua cultura. Mi piace scoprirne i paesaggi e raccontare i miei viaggi. Scrivo perche` sono una smemorata e cosi` mi sono decisa a tenere un diario...pubblico, perche` mi piace condividere. Se vuoi puoi scrivermi per commenti, idee, curiosita`... laura punto grosselle chiocciola gmail punto com

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